Un inquadramento sul sistema delle relazioni industriali nell’artigianato

L’artigianato negli ultimi decenni ha subito importanti trasformazioni sia dal punto di vista produttivo che da quello delle relazioni industriali. Si tratta, infatti, di un aggregato economico che si è emancipato sempre di più dal suo profilo originario, in cui a dominare è la figura del singolo lavoratore autonomo privo di dipendenti, per confondersi nell’universo della piccola impresa. I dati disponibili, infatti, ci mostrano come oggi la presenza dei lavoratori dipendenti nel comparto si attesti intorno al 35% della forza lavoro: una chiara evidenza di come nel tempo, anche nell’artigianato si sia sviluppata una certa propensione a fare impresa. Proprio per questa ragione a partire dagli anni 80 le parti sociali hanno incominciato a sviluppare un certo interesse verso l’artigianato, al fine di trovare canali efficaci per regolare i rapporti tra imprese e lavoratori e per individuare pratiche condivise per supportare le esigenze dell’intero settore.

Sulla scia di queste precisazioni, il focus della nostra analisi sarà rivolto in maniera esclusiva all’artigianato imprenditoriale, tralasciando così la figura del singolo artigiano autonomo. Muovendoci nel campo delle relazioni industriali, ovvero dei rapporti tra il mondo del lavoro e dell’impresa dal punto di vista sia individuale che della rappresentanza degli interessi collettivi, quella proposta appare una scelta obbligata. Tuttavia, anche dal punto di vista analitico, va considerato che l’impresa artigiana si caratterizza per la sua forte vocazione alla produzione (manifatturiero + costruzioni) che assorbe circa tre quarti dell’occupazione: un profilo economico che risulta ancor più evidente dal confronto con la composizione settoriale dell’intero sistema nazionale ove, come noto, la concentrazione maggiore risiede nel terziario. Si tratta, in pratica, di un realtà molto importante per quanto riguarda il sistema economico italiano, che merita un approfondimento analitico.

Propedeutico al nostro lavoro di ricostruzione è certamente un’analisi dell’ambito entro cui l’artigianato in Italia viene definito. Dal punto di vista legislativo, il settore è regolato dalla legge quadro per l’artigianato n. 443 dell’ 8 agosto 1985. Si tratta di una normativa che definisce l’ambito e i confini dimensionali entro cui opera l’artigianato. La legge quadro 443/85, infatti, chiarisce che l’impresa artigiana ha «per scopo prevalente lo svolgimento di un’attività di produzione di beni, anche semilavorati, o di prestazioni di servizi, escluse le attività agricole e le attività di prestazione di servizi commerciali, di intermediazione nella circolazione dei beni o ausiliarie di queste ultime, di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, salvo il caso che siano solamente strumentali e accessorie all’esercizio dell’impresa» (art. 3). La legge contempla, inoltre, la possibilità di svolgere l’attività artigiana anche «con la prestazione d’opera di personale dipendente diretto personalmente dall’imprenditore artigiano o dai soci» (art.4), purché questo non superi le 18 unità (elevabili fino a 22 se le unità aggiuntive sono apprendisti) in caso l’azienda produca beni non in serie; le 9 unità (elevabili fino a 12) per l’impresa che lavora in serie, purché, con lavorazione non del tutto automatizzata; le 32 unità (elevabili fino a 40) per l’impresa che svolge la propria attività nei settori delle lavorazioni artistiche, tradizionali e dell’abbigliamento su misura. Infine, il legislatore ha voluto definire il ruolo del’imprenditore artigiano come «colui che esercita personalmente, professionalmente e in qualità di titolare, l’impresa artigiana, assumendone la piena responsabilità con tutti gli oneri e i rischi inerenti alla sua direzione e gestione svolgendo in misura prevalente il proprio lavoro, anche manuale, nel processo produttivo» (art.2).

Come si può notare, quindi, si tratta di una legislazione che contempla un vasto arco di attività e modelli di produzione che rimandano a una rappresentazione generale dell’artigianato. Attraverso questa scelta, l’Italia si è posta in una logica simile a quella di altri paesi quali la Francia e l’Olanda, in cui il vincolo per la definizione dell’impresa artigiana è centrato sulla variabile dimensionale e sui settori di attività, discostandosi, invece, dall’ impianto giuridico della Spagna e del Regno Unito, in cui il campo è ristretto unicamente all’artigianato artistico.

Nel nostro contesto nazionale, infatti, quello dell’artigianato artistico, da intendersi come l’insieme di attività che richiedono tecniche di lavorazione manuale ad alto livello professionale e i cui prodotti non possono essere realizzati interamente in serie, rappresenta un sottoambito di un segmento di produzione più ampio e articolato. Questo, infatti, non può essere ricondotto alla vasta platea di settori con cui viene definito il comparto artigiano, ma è confinato entro alcuni specifici settori quali l’alta moda, la lavorazione del cuoio e della pelletteria; le decorazioni; la fotografia e la pittura; la lavorazione del legno; la lavorazione di metalli e delle pietre preziose; la fabbricazione di strumenti musicali; la lavorazione del vetro e della ceramica; la fabbricazione e lavorazione della carta.

Da questo punto di vista il legislatore è intervenuto con il DPR 288/01, chiarendo che “sono da considerare lavorazioni artistiche le creazioni, le produzioni e le opere di elevato valore estetico o ispirate a forme, modelli, decori, stili e tecniche, che costituiscono gli elementi tipici del patrimonio storico e culturale”.

Senza voler anticipare aspetti che verranno trattati in maniera puntuale nel corso del nostro lavoro, questo sforzo definitorio ci consente di individuare ben 5 ambiti su cui si concentra l’artigianato artistico in Campania (Balletta 2008): la produzione corallifera principalmente localizzata nell’area di Torre del Greco (Ciavolino 1991; Ascione 1990); l’artigianato orafo di Napoli (Marrone 1984; Assante 1991); la lavorazione della seta nelle aree del casertano (Campolongo 1991; Como e Sciaudone 1994); la ceramica artistica nei centri di Napoli, Capodimonte, Ariano Irpino, Cerreto Sannita e Vietri sul Mare (Marrone 1984; Maiello 1991); l’intarsio del legno e del marmo nel area sorrentina (Russo 1991; Fiorentino 1982).

Si tratta di settori economici caratterizzati da una lunga tradizione storica e che in buona parte continuano a sopravvivere alle forti pressioni internazionali. Inoltre, per via della loro importanza non solo in termini economici, questi ambiti di produzione artigianale hanno da sempre goduto di un certo grado di sostegno legislativo. Si pensi ad esempio al Codice corallino del 1790 o ai più recenti interventi per l’istituzione del Registro dei produttori di ceramica artistica e tradizionale. Si tratta di interventi legislativi per la tutela e la certificazione della qualità, che mostrano il legame indissolubile che connette l’artigianato artistico al territorio e alle istituzioni locali. Infatti, come ben sottolineato in letteratura, “l’attività artigianale, in particolare quella artistica, costituisce una fonte fondamentale per la ricostruzione della storia di una civiltà in tutti i suoi aspetti” (Balletta 2008:57). In pratica, la produzione artistica può facilmente fungere da volano per la valorizzazione del territorio dal punto di vista turistico e culturale e accrescere le opportunità di sviluppo territoriale.

Proprio per questa ragione, le istituzioni locali (in particolare le Regioni) continuano a mostrare un forte interesse nella tutela del artigianato artistico e nella valorizzazione della propria produzione di eccellenza. Numerosi, infatti, sono gli esempi di intervento di sostegno disseminati in tutto il territorio nazionale. Ci riferiamo, in particolare, al Piemonte, che ha istituito un marchio di origine e qualità dei suoi prodotti; alla Toscana, che ha dato i natali al programma Artex; alle Marche, che hanno introdotto dei criteri che definiscono i materiali impiegabili, le tecniche produttive e ogni altro elemento in grado di caratterizzare la produzione e stabilirne la sua natura autentica e tradizionale.

Fin da questo breve inquadramento preliminare, perciò, appare subito chiaro come nel comparto dell’artigianato artistico vi siano le precondizioni necessarie per un impegno congiunto di tutti e tre i soggetti che tradizionalmente compongono le relazioni industriali. Da un lato, infatti, le organizzazioni sindacali e datoriali hanno la necessità di cercare soluzioni per rappresentare i lavoratori e le imprese di un comparto assimilabile a quello della micro impresa e, quindi, caratterizzato dalla dispersione sul territorio e da specifici bisogni. Dall’altro, l’attore pubblico si dimostra interessato a svolgere il suo ruolo di soggetto regolatore, al fine di garantire lo sviluppo del patrimonio artistico-culturale e tutelare il settore da possibili concorrenze sleali o dal depauperamento delle competenze. Questa precondizione, insieme ad altre specificità su cui ci concerteremo nel corso di queste pagine, rappresenta l’elemento che ha fatto delle relazioni industriali artigiane un vero e proprio laboratorio di nuove pratiche nella gestione rapporti tra gli attori e nel sostegno ai bisogni delle imprese e dei lavoratori: un ambito nel quale, come vedremo, gli enti bilaterali rappresentano lo strumento più avanzato.

Un inquadramento sul sistema di relazioni industriali nell’artigianato

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