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L’occupazione straniera nel tessile-abbigliamento italiano

La crisi economica ha prodotto un significativo ridimensionamento dei livelli occupazionali, e le criticità che il mercato del lavoro italiano si trova a dover fronteggiare interessano ormai anche la componente straniera, una corte che come noto da molti anni descrive dinamiche più virtuose rispetto alla componente dei residenti.

Cominciando questa lettura del posizionamento degli stranieri nel mercato del lavoro attraverso gli ultimi dati di fonte FDL è possibile osservare un fenomeno di forte crescita del numero di stranieri in cerca di lavoro che si attestano intorno alla soglia delle 500 mila unità, e questo nonostante l’incremento degli occupati1, confermato anche nel 2013, nonostante l’allargamento della quota di chi ha scelto una posizione non attiva2.

Le dinamiche descritte hanno ovviamente contribuito ad un fenomeno di costante riduzione del tasso di occupazione dei lavoratori stranieri, pur mantenendo performance migliori rispetto alla controparte italiana. Nel 2013, il valore si è attestato su quota 58% (peggiorando di 4 punti percentuali solo rispetto all’anno precedente), ossia, un risultato solo di 2,8 punti superiore al 55,3% degli italiani. Parallelamente, è cresciuto il tasso di disoccupazione attestandosi, nell’ultimo anno, al 17,3% contro l’11,5% delle forze lavoro di nazionalità italiana. Queste significative variazioni si spiegano anche in ragione della rapida crescita della componente straniera presente in Italia che, in una progressione costante, è raddoppiata in solo un decennio.

Ad una analisi del contesto nazionale in cui si inserisce la coorte degli stranieri, gli studi socio- demografici raccontano di un paese in cui ragioni di assetto produttivo in cui è molto rilevante la componente a basso valore aggiunto e ragioni di architettura del welfare che fa molto leva sulle responsabilità familiari, associate ad una condizione di maggior necessità di lavoro degli immigrati, sono alla base di un fenomeno di forte concentrazione degli stranieri nei livelli più bassi della scala delle professioni. Buona parte delle donne immigrate lavora in occupazioni elementari e oltre un terzo dei maschi non va oltre un’occupazione operaia semi-qualificata. Una quota residuale svolge un lavoro intellettuale, anche di basso livello quale quello impiegatizio.
Lo squilibrio con la distribuzione dell’occupazione per livelli di qualificazione degli italiani è enorme: a parità di età, livello di istruzione, condizione familiare, anni di esperienza lavorativa e regione di residenza, un immigrato maschio ha una probabilità di svolgere un lavoro a bassa qualifica oltre due volte più elevata di quella di un italiano e un’immigrata femmina ha una probabilità quasi otto volte superiore a quella di un’italiana3.

Forti squilibri tra immigrati e nativi sono sempre esistiti in tutti i paesi europei di vecchia immigrazione, ma era facile attribuirli alle altrettanto forti differenze nei livelli di istruzione. Tuttavia non è certo questo l’attuale caso italiano, poiché le differenze tra gli immigrati occupati in Italia e gli italiani, pur presenti, non sono sufficienti a spiegare queste divergenze4. Anzi, sono molti gli studiosi che stanno affrontando il tema della sovra-istruzione rispetto all’impiego, evidenziando un massiccio processo di brain waste, cioè di spreco di capitale umano. Questa condizione di svantaggio degli stranieri è altrettanto visibile quando si affronta il tema delle retribuzioni. Fatti 100 i dipendenti stranieri UE ed Extra UE, quasi il 60% percepisce un salario fino a 1.000 euro (nelle medesima fascia gli italiani sono il 27,5%) e solo il 2,1% supera i 2.000. Tutto ciò svolgendo spesso mansioni lavorative con turnazioni disagevoli5.
Non vi è dubbio che la condizione descritta di penalizzazione degli stranieri, sia sotto il profilo retributivo che di sviluppo delle carriere e delle qualifiche professionali unitamente al mancato riconoscimento dei titoli di studio introduce anche ad un tema non meno importante di un quadro sociale che in assenza di risposte moltiplica il rischio di tensioni che di certo potrebbero diverranno il principale problema dell’inserimento lavorativo degli immigrati.
Partendo da questo inquadramento generale, che impone una riflessione sulla tenuta di un assetto socio-economico che sino ad oggi ha tollerato evidenti condizioni di svantaggioso di un quota di popolazione che ha raggiunto la soglia dei 5 milioni, il presente rapporto di ricerca ha l’obiettivo di analizzare la partecipazione straniera nel settore del tessile ed abbigliamento (TA). In questa prospettiva verrà dedicata una attenzione anche alle tendenze rispetto al periodo della crisi, osservando il settore rispetto all’economia generale e al Manifatturiero.

Per comporre questa fotografia della presenza degli stranieri nel TA, sono oggetto di approfondimento alcune delle caratteristiche più evidenti dell’occupazione straniera che emergono dal confronto con i lavoratori italiani. Nello specifico viene presentata un’analisi, per cittadinanza, tipologia contrattuale e posizione nella professione.
Altri due temi importunati a completamento dell’analisi saranno quello del ruolo ricoperto dall’imprenditoria straniera nel sistema moda ed in particolare nel tessile ed abbigliamento e quello della rappresentazione, sulla base dei pochi dati disponibili, del fenomeno ancora molti diffuso dell’occupazione non regolare nel settore.

L’occupazione straniera nel tessile-abbigliamento italiano

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