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Introduzione

“Ogni nazione, se intende rimanere competitiva sul mercato, deve avere una solida base manifatturiera. Anche oggi, quasi un quarto dell’economia statunitense è frutto diretto della produzione manifatturiera di beni fisici. Se si considera anche la loro distribuzione e la loro vendita, stiamo parlando di quasi tre quarti dell’economia americana” (Anderson 2012). Con queste parole, Chris Anderson, in uno dei lavori pionieristici sulla quarta rivoluzione industriale, provava a descrivere l’esigenza di rilanciare le economie dei paesi industrializzati a partire dal sistema manifatturiero. Pochi mesi prima, alla fiera di Hannover nel 2011, il governo tedesco, in sinergia con l’istituto Fraunhofer e alcune grandi imprese del paese, lanciò il piano Industrie 4.0: un vero e proprio disegno di politica industriale volto a contrastare i fenomeni di delocalizzazione e perdita di competitività del sistema manifatturiero tedesco e rilanciare l’economia a partire dalla produzione industriale.

In quegli anni, perciò, veniva riaffermata la centralità del sistema manifatturiero come volano dell’economia e nasceva l’idea che le tecnologie disponibili avrebbero potuto guidare una nuova rivoluzione industriale, basata sull’interconnessione delle diverse componenti produttive, sull’innovazione di processo e di prodotto, su un approccio orientato a soddisfare la domanda personalizzata dell’utente finale in tempi rapidi. Quello che veniva teorizzato, quindi, non afferiva a un mero processo di automazione produttiva o di implementazione delle capacità di calcolo e di raccolta dati, entrambi elementi che sono già presenti da tempo all’interno delle nostre economie, ma di un modello produttivo smart, basato sull’ interazione costante e circolare tra i diversi elementi del sistema produttivo, reso possibile grazie a sensori e piattaforme interconnesse sulla rete internet.

Oggi, a distanza di alcuni anni, quei principi enunciati nel 2011 stanno permeando ogni sfera del dibattito pubblico. Da un lato, infatti, sono proliferate le pubblicazioni scientifiche e gli articoli giornalistici che contribuiscono ad arricchire il dibattito tra gli stakeholder, dall’altro, è cresciuto l’interesse diretto dei governi nazionali che hanno attivato diverse politiche pubbliche atte a incentivare il processo di riconversione tecnologica e di sostegno a questa possibile quarta rivoluzione industriale. Ci riferiamo, ad esempio, al Piano Nazionale Industria 4.0, varato dal governo italiano, al programma Industrie du Futur proposto dalla Francia, al piano spagnolo Industria Conectada 4.0, all’Advanced Manufacturing Partnership statunitense, fino ad arrivare al Made in China 2025 proposto dal governo di Pechino per rimanere al passo con i progetti di sviluppo europei e nordamericani.

Se, perciò, è del tutto evidente come lo sviluppo tecnologico e l’attivazione di politiche pubbliche stiano contribuendo a mettere in atto alcuni cambiamenti importanti nei processi produttivi delle economie più industrializzate, è altrettanto evidente come questi non siano sufficienti per consentirci di parlare di una vera e propria rivoluzione industriale in corso. La piena realizzazione di quest’ultima, infatti, implica un radicale cambiamento di paradigma, che impatta non solo sulla tecnologia a disposizione e sul sistema economico, ma anche sui sistemi formali (welfare) e informali (relazioni sociali), sul disegno dei luoghi abitati (città e campagne), sul sistema della formazione e delle competenze necessarie ai nuovi lavoratori, sugli stili di trasporto, sulle migrazioni.

In particolare, come ben sottolineato dallo storico Paul David, il limite più forte al pieno dispiegamento delle opportunità tecnologiche è la velocità con cui il sistema saprà adattarsi e trasformarsi sfruttando le potenzialità delle innovazioni in maniera sistemica, concependo nuovi modi di disegnare i processi, organizzare il lavoro e combinare le informazioni. Oggi come in passato, quindi, il processo di adattamento al nuovo paradigma tecnologico passa attraverso la centralità della formazione interprofessionale e della formazione primaria e secondaria, le quali hanno il compito di diffondere i nuovi principi introdotti dal cambiamento di paradigma e formare i singoli addetti alle nuove sfide della produzione.

Partendo da questa necessaria centralità della formazione come volano per il cambiamento, questo rapporto di ricerca proverà a ricostruire come le diverse leve del mutamento tecnologico stanno impattando sul sistema delle professioni. I principi dell’industria 4.0, infatti, porteranno inevitabilmente alla scomparsa di alcune figure professionali, che saranno facilmente sostituite dall’automazione, e metteranno al centro del sistema figure nuove o profondamente rinnovate. Parallelamente, le tecnologie abilitanti produrranno un mutamento rispetto al tipo di competenze necessarie per le imprese che vogliono cavalcare questa nuova possibile rivoluzione industriale. Si tratta di elementi che hanno una loro portata su tutti i settori economici e che assumono una centralità ancora maggiore in un contesto come il sistema moda italiano, caratterizzato da una forte pressione internazionale e dal necessario bisogno di mantenersi competitivo producendo valore aggiunto.

Facendo seguito a queste considerazioni preliminari, l’obiettivo finale del presente lavoro di ricerca sarà quello di provare a interpretare i trend in corso rispetto al sistema moda, inteso nella sua accezione più ampia (tessile-abbigliamento, calzature, pelletteria e concia), fornendo una ricostruzione puntuale di come i principi dell’industria 4.0 potrebbero impattare sul sistema delle professioni e delle competenze professionali. Si tratta, perciò, di un lavoro analitico che vuole aiutare le parti sociali e il decisore pubblico a migliorare il matching tra i fabbisogni professionali e il sistema della formazione interprofessionale e della formazione di primo e di secondo livello, al fine di sostenere il sistema moda nel suo processo di adattamento alle sfide dell’industria 4.0.

Dal punto di vista operativo, il lavoro di ricerca si strutturerà su quattro distinti pilastri analitici. In primo luogo, si provvederà a una definizione puntuale del concetto di industria 4.0 e a una sua interpretazione all’interno del contesto del sistema moda. Successivamente, il lavoro proverà a ricostruire come la quarta rivoluzione industriale andrà a impattare sul sistema delle competenze professionali con particolare riferimento a ciascuno dei comparti oggetto della nostra analisi. Questa fase sarà propedeutica all’approfondimento rispetto alle nuove figure professionali, le quali saranno descritte e analizzate attraverso delle schede di sintesi, mutuate dai principali schemi di codificazione attualmente utilizzate dall’INAPP (ex Isfol). Infine, il lavoro analitico farà da corollario a una parte dedicata alle policy formative e più in generale alle possibili strategie di sostegno all’innovazione.

Al fine di razionalizzare il lavoro e di renderlo di più facile lettura, l’impatto sulle professioni e sulle competenze professionali sarà realizzato enfatizzando i tratti comuni a ciascuno dei 4 sotto settori oggetto dell’analisi (tessile-abbigliamento, calzature, pelletteria e concia). Solo successivamente saranno approfondite in maniera separata quelle figure e quelle competenze che hanno delle specificità proprie in ciascuno dei settori.

Le nuove professioni 4.0 nel sistema moda

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