fbpx

Artigianato Italia: un sistema centrato sull’impresa

L’avvio di una riflessione sulle trasformazioni dell’artigianato non può prescindere dalla considerazione elementare del fatto che siamo in presenza di un aggregato economico che si emancipa sempre di più dal suo profilo originario, per confondersi nell’universo della piccola impresa.
Benché la definizione di impresa artigiana nella lettera della norma – Legge Quadro per l’artigianato n. 443 dell’8 agosto 1985 – contempli un vasto arco di attività e modelli di produzione che rimandano a una rappresentazione oleografica dell’artigianato, a ben vedere è sempre maggior la componente di quell’economia artigiana che, per organizzazione e tipologia di attività, si sovrappone al modello di micro e piccole impresa (MPMI).

Partendo da questa premessa, possiamo quindi spingerci ad affermare che un esercizio di analisi dell’artigianato può fare riferimento a quella strumentazione con cui viene normalmente affrontato il più ampio contesto delle micro e piccole realtà imprenditoriali; approccio questo che trova un riferimento coerente anche nei documenti comunitari quando si parla di “sottoinsieme di imprese a carattere artigiano” nel tessuto produttivo delle MPMI, rinunciando per questa via alla definizione di “impresa europea a carattere artigianale” e quindi al trattamento differenziato sul piano delle politiche delle imprese artigiane rispetto al complesso delle micro e piccole imprese. Va precisato che questo approccio scelto a livello comunitario non ha escluso un esercizio definitorio molto eterogeneo tra i Paesi europei che altrettanto configurano diversi modelli di artigianato. A livello nazionale, infatti, l’artigianato presenta un’ampia varietà di forme legali: status giuridico, dimensione, settori di attività, modalità di accesso alla “qualifica” di (maestro o imprenditore), da cui è possibile far discendere almeno tre macro modelli di economia artigiana in Europa.

Il primo modello è individuabile con l’esistenza di una normativa che definisce e regola il settore centrato sulla dimensione di impresa. Rientrano in questa tipologia Paesi come l’Italia, la Francia e l’Olanda; la determinazione di una soglia di addetti (sia pure elastica e mutevole nel tempo e, talvolta, secondo i settori di attività) costituisce il vincolo di base per la definizione dell’impresa artigiana.

Il secondo modello, radicalmente differente, che riguarda in particolare Germania e Austria, non definisce cosa siano le imprese artigiane, bensì individua come oggetto della normativa i “mastri artigiani”. Vincoli e risorse istituzionali, strutture e servizi non sono cioè funzionali a disciplinare l’attività delle imprese, bensì a garantire e proteggere percorsi formativi la cui tappa finale è costituita dal titolo e dall’esercizio della professione di “mastro artigiano”.

Un terzo modello è quello che considera unicamente l’artigianato artistico. Tale modello è particolarmente presente in Spagna e nel Regno Unito, e, ovviamente, questa ristrettezza di definizione spiega la minima incidenza quantitativa del settore sul totale delle imprese dei due Paesi.
Fatta questa doverosa premessa, l’approccio che verrà proposto in questo rapporto di ricerca è quello dell’analisi dell’artigianato come impresa, liberando quindi questo importante segmento dell’economia da uno stereotipo che ne vuole diminuire la sua portata relegandolo a una realtà di nicchia.

Del resto, come verrà approfondito nelle prossime pagine, l’artigianato costituisce uno dei settori portanti dell’economia italiana, con circa 3 milioni di addetti e una forte vocazione industriale (manifatturiero + costruzioni) che assorbe circa tre quarti dell’occupazione. Una specializzazione economica che risulta ancor più evidente dal confronto con la composizione settoriale dell’intero sistema produttivo nazionale ove, come noto, la concentrazione maggiore risiede nel terziario.

Oggi questo fondamentale segmento dell’economia sta pagando un prezzo particolarmente rilevante. Ne è testimonianza non solo una forte contrazione dell’occupazione, in modo particolare dell’occupazione dipendente, ma anche un tasso di crescita delle imprese artigiane inferiore a quello del totale dell’economia, segnando per la prima volta una rilevante discontinuità rispetto agli anni precedenti.

Siamo quindi in presenza di un sistema produttivo che, all’interno di una più generale situazione di rallentamento dell’economia nazionale, manifesta in modo inequivocabile un preoccupante livello di vulnerabilità. Una condizione che non consente in alcun modo di rimandare un impegno di analisi, il cui fine principale è proprio quello di offrire una strumentazione informativa che possa supportare il policy maker nelle scelte finalizzate al recupero della competitività e dello sviluppo occupazionale del settore.

In questo senso, anticipando quanto verrà approfondito nelle prossime pagine, lo scenario da cui partire è indubbiamente quello di un aggregato produttivo che dovrà maturare sempre di più una capacità di operare in un mercato che esprime crescenti livelli di complessità su tutti i fronti sui quali si realizza il processo imprenditoriale. Nel merito, le scelte di liberalizzazione, l’intenso avanzamento tecnologico disponibile, l’allargamento dei confini della competizione ma anche del consumo, sono sicuramente direttrici di scenario a cui l’impresa artigiana, in primo luogo l’impresa artigiana del manifatturiero – sicuramente più esposta alla concorrenza, deve dare una complessiva risposta di visione strategica: tipologia di prodotto/servizi per caratteristiche tecnologiche e creative, mercati di sbocco, organizzazione della produzione e approccio commerciale e di marketing, con l’obiettivo di comporre un nuovo modello di business che consenta di tornare a valorizzare il cambiamento come opportunità di sviluppo.

Con questa prospettiva, se da un lato la nostra indagine, così come l’estesa letteratura sul settore, raccontano di un’importante platea di imprese artigiane che mostrano di aver intrapreso un percorso di trasformazione verso un assetto operativo sempre più dinamico e strutturato, capace di garantire una presenza oltre gli stretti confini locali e garantire quegli investimenti necessari per posizionarsi su quelle produzioni che per contenuto tecnologico e creativo restituiscono maggiore solidità competitiva, dall’altro lato esse non mancano di evidenziare una componente di questo aggregato che ancora oggi esprime un forte ritardo di rinnovamento, con gravi effetti di emarginazione dal mercato che, amplificati anche da questa lunga crisi iniziata nel settembre del 2008, sta mettendo sempre più a rischio la tenuta di una componente rilevante della nostra economia nazionale, sia in termini di capitale imprenditoriale che di valore occupazionale.

E’ evidente come, all’interno del quadro descritto, un ruolo sempre più rilevante spetti alla politica industriale, alla quale va affidata la responsabilità di intervenire su tutti quegli elementi che possono contribuire al consolidamento della posizione raggiunta dalle imprese più avanzate e ancora di più il compito di intervenire su quei fattori che possono contribuire al superamento di quella condizione di ritardo di rinnovamento e marginalità che oggi coinvolge un pezzo importante del settore.

Un obiettivo ambizioso, dunque, la cui effettiva praticabilità impone la costruzione di una architettura di policy complessa in cui le direzioni di intervento sono molteplici. A titolo esemplificativo, anticipando quanto prenderà forma in modo più approfondito all’interno del rapporto, i dati disponibili confermano che la piattaforma di interventi su cui organizzare un aggiornamento dell’impegno di policy non potrà mancare di dare una risposta concreta almeno nella direzione di alcuni fattori critici:

  1. scarsa disponibilità di manodopera qualificata
    Nelle MPMI artigiane persiste un problema di reperimento di manodopera con requisiti professionali coerenti alle esigenze specifiche dell’impresa: il Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro indica infatti che, nel 2011, la difficoltà di reperimento riguarda il 20% del totale assunzioni programmate dalle imprese. Tale fenomeno arriva al 25% nell’artigianato. Ciò rappresenta fuor di dubbio anche un ostacolo alla capacità di un’impresa di produrre sviluppo e innovazione che, come noto, dipende molto anche dalla qualità della propria forza lavoro.
  2. debole capacità di innovazione e difficoltà di accesso alle opportunità r&s
    Per le imprese di dimensioni minori continua ad essere particolarmente difficoltoso svolgere attività di innovazione e inserirsi nei circuiti internazionali di cooperazione tecnologica. Anche se in Italia non è marginale la quota di imprese cosiddette innovative1, è sotto gli occhi di tutti la troppo estesa platea di chi ancora oggi non si può fregiare di tale riconoscimento. Ad appartenere a questa seconda categoria, come ripetutamente confermato dalle statistiche disponibili, sono in maggior misura le micro e piccole imprese. L’ultimo dato disponibile di fonte Istat descrive, infatti, una situazione in cui il differenziale di diffusione della pratica innovativa tra piccole e grandi imprese è straordinariamente ampio: a fronte di una quota del 70% di imprese medio- grandi (con oltre 250 addetti) che dichiarano di aver introdotto innovazioni nell’ultimo triennio precedente la crisi, si scende al 30% quando si analizza la coorte delle micro e piccole imprese.
  3. concorrenza sleale
    La concorrenza sleale rappresenta un fenomeno che sta assumendo sempre maggiore rilievo tra le cause che condizionano le prospettive di sviluppo delle imprese, in modo particolare delle micro e piccole imprese. A contribuire a questo fenomeno ci sono fattori extra-nazionali riconducibili a differenze di regolazioni dell’attività produttiva e di costi dei fattori tra Paesi, che spesso configurano delle vere e proprie forme di dumping sociale finalizzate a garantire condizioni improprie di vantaggio competitivo, e fattori nazionali da attribuire a un ancora troppo diffuso abuso delle norme ambientali e lavoristiche che spiazzano le imprese regolari (il lavoro irregolare ha raggiunto nella media nazionale il 12% con punte ben più alte nelle regioni meridionali, nei settori tradizionali dell’industria e dei servizi e nelle micro e piccole imprese). E’ quindi evidente che la competitività subisce ancora oggi, e in modo molto diffuso, la pressione di comportamenti discorsivi del mercato che determinano un rallentamento dello sviluppo.
  1. costo eccessivo di prodotti energetici e materie prime
    L’enorme aumento del costo delle materie prime e il differenziale delle tariffe energetiche dell’Italia rispetto agli altri Paesi comportano un significativo impatto sulla capacità competitiva delle imprese nazionali, in modo particolare di quelle di dimensioni medio piccole.
  1. problematicità dei rapporti con la pubblica amministrazione
    L’onere burocratico rappresenta da molti anni un grave ostacolo alla crescita. In molte circostanze il tempo speso per i molti adempimenti amministrativi è cosi rilevante da intaccare l’efficienza complessiva dell’impresa, in modo particolare della piccola impresa, che può contare su condizioni finanziarie e professionali più limitate. Di qui l’urgenza di un rinnovamento della Pubblica Amministrazione, che dovrebbe diventare una controparte snella, un punto di riferimento sicuro e non un ostacolo all’esercizio dell’attività imprenditoriale.
  1. difficoltà di accesso al credito
    Uno dei problemi più importanti per le MPMI è quello relativo all’accesso al credito. Oggi le complesse operazioni di concessione del credito riflettono appieno le difficili condizioni legate alla crisi. A tali difficoltà va aggiunta l’entrata in vigore di regole sempre più stringenti per la valutazione del merito di credito, spesso non perfettamente tarate rispetto alle MPMI, le quali appaiono impreparate ai nuovi dettami normativi. Ciò comporta gravi ripercussioni sul costo dell’accesso alle risorse finanziarie necessarie, situazione che assume contorni ancora più critici se si pensa che per le micro e piccole imprese è sostanzialmente preclusa la possibilità di ricorrere in via diretta al mercato dei capitali.
  1. difficoltà di superamento dei confini locali e di avvio di processi di internazionalizzazione
    Un importante indicatore della competitività del sistema produttivo aziendale e della sua capacità di rimanere sui mercati, diversificando i rischi derivanti da domande sfavorevoli in determinati mercati o settori, è rappresentato dall’intensità e dalla diffusione dei processi di internazionalizzazione. Su questo fronte, le piccole imprese italiane mostrano evidenti elementi di debolezza,. Tale condizione si è accentuata in questo lungo periodo di crisi, che ha reso sempre più evidente lo scarso aiuto che le imprese ricevono da parte degli enti pubblici sotto forma di servizi e incentivi finanziari e fiscali.
  1. La scarsa diffusione delle reti di impresa
    Le reti d’impresa – verticali e orizzontali – all’interno della filiera produttiva rappresentano una scelta organizzativa che assume sempre maggior centralità in un contesto sempre più articolato e complesso per competenze, tecnologie e vincoli finanziari. Ne è una prova la maggior resistenza a questa fase economica negativa che si sta protraendo nel tempo proveniente proprio da quelle micro e piccole imprese che sono riuscite a innovarsi nel proprio modello organizzativo, andando cioè nella direzione di scelte che consentono di attenuare il proprio deficit dimensionale. Diventa quindi sempre meno rinviabile un complessivo impegno di policy che si dovrà dare l’obiettivo di ridurre il grado di frammentazione del sistema, anche innescando meccanismi in grado di creare rete.
  1. problematiche legate alla sicurezza sui luoghi di lavoro

    Nelle MPMI il problema della sicurezza è molto più sentito rispetto alle aziende di dimensioni maggiori; se, infatti, nelle aziende di grandi dimensioni il tasso degli infortuni è intorno al 30 per mille, nelle piccole imprese di tipo artigiano il valore sale al 40 per mille, con punte – per le micro aziende – che superano il 60 per mille. Probabilmente il maggior numero di infortuni nelle piccole e micro aziende è da imputare a una molteplicità di fattori: il primo è che sono proprio queste ad assorbire lavoratori non ancora esperti, magari al primo impiego; il secondo è legato all’incapacità di garantire un addestramento valido sui rischi; terzo elemento è una normativa particolarmente complessa e farraginosa che introduce difficoltà di applicazione proprio in quelle micro e piccole imprese dove non è possibile inserire una figura specializzata sui temi della sicurezza. Rispetto a quest’ultimo punto va evidenziato che è in una fase di attuazione il Decreto 81 del 2008 e delle successive modifiche, nonché dal febbraio 2012 sono state istituite le linee di indirizzo per l’implementazione di Sistemi di Gestione per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro (SGSL) nelle micro e piccole imprese.
  2. difficoltà nel rispetto delle politiche ambientali
    Il tema ambientale, con la crescente attenzione che sempre più consumatori e cittadini vi rivolgono, si sta trasformando da un esclusivo impegno di responsabilità e rispetto delle normative a una opportunità competitiva. Su questo presupposto, la possibilità che anche le micro e piccole imprese possano beneficiare di questo nuovo valore di mercato passa attraverso la capacità di sviluppare un sistema regolativo e di policy adatto a una realtà imprenditoriale che troppo spesso, per mancanza di risorse, si trova nell’impossibilità di acquisire quelle specializzazioni professionali che oggi sono necessarie per una corretta gestione ambientale.
  1. La mancanza di un’offerta adeguata di servizi avanzati alle imprese
    In uno scenario che, come abbiamo visto, diviene sempre più complesso, le difficoltà di accesso per le micro e piccole imprese a un’offerta adeguata di servizi avanzati rappresenta un problema nodale. Come mostrano le indagini e la letteratura più recente sulle MPMI, queste si trovano spesso impreparate ad adeguarsi alle esigenze del mercato o a coglierne le opportunità, anche perché, oltre a non disporre internamente delle competenze necessarie, non sono in grado di acquisire dall’esterno quei servizi professionali specializzati da cui non si può prescindere per dare risposte efficaci ai mutamenti del mercato.

Paradossalmente negli ultimi anni, proprio mentre il comparto artigiano assume sempre maggiore complessità e rilevanza nell’economia nazionale, si sta assistendo, invece, a una tendenza di segno opposto, contraddistinta dallo sgretolamento edall’indebolimento dell’intera offerta di servizi mirati e qualificati alle imprese artigiane. E così la scarsa presenza, ad esempio, di servizi di consulenza aziendale, di servizi di sostegno all’internazionalizzazione, nonché la scarsa azione di un sistema di credito attento alle esigenze delle imprese, di programmi di trasferimento tecnologico, diventano tutti fattori che facilitano la cristallizzazione del tessuto imprenditoriale, portando le MPMI a restare ancorate alla realtà in cui operano, trascurando importanti prospettive di sviluppo. L’insieme di fattori sin qui riportati, anche se non esaustivi, suggeriscono inequivocabilmente l’importanza di irrobustire l’intero apparato di policy a favore dell’artigianato, con il primario obiettivo di tentare una risoluzione di queste forti criticità. L’insieme delle problematiche che abbiamo sopra elencato minano, infatti, le possibilità di crescita dell’intero comparto artigiano, oggi poi – come vedremo più avanti – particolarmente sofferente a seguito della recessione economica.

Per consentire alle imprese di ripartire bisogna quindi lavorare per risolvere le mai sanate problematicità dei rapporti con la Pubblica Amministrazione, la quale, come abbiamo visto, spesso rappresenta un ostacolo più che un punto di riferimento per le aziende. Bisogna inoltre alleggerire la rigidità nei vincoli e nelle opportunità di accesso al credito per le MPMI, avviare strategie che aiutino le imprese ad ampliare e favorire processi d’internazionalizzazione, infine lavorare per favorire le reti di impresa. Le azioni da avviare non possono poi non incidere sulle perverse dinamiche di concorrenza sleale che distruggono il tessuto economico sano delle aziende italiane.

L’indagine che qui presentiamo ha proprio l’obiettivo di coadiuvare l’avvio di un processo virtuoso in tal senso, che può partire solo in seguito a una conoscenza approfondita della realtà della piccola e micro impresa artigiana. A questo riguardo, per tentare di ampliare la conoscenza di questa importante realtà economica per il nostro Paese, il presente rapporto si struttura su un triplice piano:

– in una prima parte del rapporto si restituiscono le cifre del settore artigiano, mostrandone le principali caratteristiche e trasformazioni, ed evidenziando gli ambiti di maggiore sofferenza legati anche alla recessione degli ultimi anni;
- in una seconda parte si entra nel cuore del lavoro che, attraverso un’indagine diretta condotta in Lombardia – la principale area del Paese per la presenza d’impresa artigiana – dà voce a imprenditori e lavoratori, i quali esprimono le esigenze e le sofferenze delle MPMI artigiane in questo delicato momento storico.

Infine, nell’ultima parte si prova a fornire un’analisi attenta dell’attuale architettura di policy, osservando le principali strategie nazionali e della Lombardia all’interno della cornice europea, dando evidenza dei nuovi orientamenti che si stanno intraprendendo in materia di politica industriale in favore delle MPMI artigiane.

Innovazione e sostenibilità - Ares2.0

Scarica la versione completa in pdf

Prodotti correlati

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca